meinonghianismo

L'esistenza
NON è logica

di Francesco Berto
Recensione di Emilio M. Sanfilippo

Cosa diciamo quando facciamo affermazioni esistenziali su Uma Thurman, su Vulcano (il pianeta di Le Verrier), su Nettuno, su Napoleone o su Atlantide? E su cosa è impegnata l’espressione “c’è” in frasi come “c’è almeno uno studente in quest’aula”, o “ci sono tanti libri sopra il mio tavolo”?

Con L’esistenza non è logica. Dal quadrato rotondo ai mondi impossibili Francesco Berto affronta il problema ontologico costruendo capitolo per capitolo una tenace teoria avversa all’idea che tutto esiste e in favore di una prospettiva di stampo meinonghiano.

Il testo, intelligente e ironico nel pieno stile di Berto, gravita attorno il senso dell’essere e la pubblicazione si aggiunge alle altre edite negli ultimi tempi sull’ontologia nel nostro paese, che pur restando notevolmente in ritardo rispetto il resto del mondo filosofico (avete mai sentito parlare di ontologia applicata? E di mondi impossibili?), sembra cominciare la sua lenta corsa verso tali studi.

Berto è molto chiaro e il suo prologo (Un problema da nulla) è già tutto un programma: obiettivo è far terra bruciata attorno l’idea che dire qualcosa significhi dire la sua esistenza. Secondo il “paradosso del non essere”, infatti, per negare l’esistenza di qualcosa occorre riferirsi a quella cosa (prima premessa), ma se ci si riferisce a qualcosa, quella cosa esiste (seconda premessa), dunque per negare l’esistenza di qualcosa, occorre che quella cosa esista (conclusione). In tal mondo nessun enunciato esistenziale negativo è vero: se fosse vero, infatti, non esisterebbe ciò di cui si sta affermando la non esistenza e dato che tale affermazione non avrebbe alcun riferimento, sarebbe priva di senso. Da ciò segue la celebre tesi che “Tutto è”, in temi antichi attribuita al venerando Parmenide e in tempi più recenti ai filosofi della “received view” (Frege, Russell, Quine, Searle …).

Eppure non necessariamente le cose stanno in questi termini: per dirla con Nathan Salmon, avere proprietà è metafisicamente inevitabile – più della morte e delle tasse. La possibilità di riferirsi a cose che non esistono, la famosa tesi del filosofo austriaco Alexius Meinong (il personaggio del libro), diventa piuttosto concreta.
Gandalf è un vecchio stregone dalla lunga barba, Babbo Natale è buono e Sancho Panza è il fedele scudiero del valoroso eroe della Mancha, don Chisciotte. E questo perché essere un oggetto non ha niente a che fare né con l’esistenza , né con il pregiudizio a favore dell’esistente, che vuole la cosa esista affinché sia possibile il darsi del significato.

L’esistenza non è – come vorrebbe Quine sulle orme di Russell – ciò che un quantificatore logico è capace di catturare in enunciati del tipo: “Esiste una x tale che x pegasizza”, “Non esiste alcuna x tale che x sia un quadrato e x sia un cerchio”; e ciò significa per Berto che non è logica, ossia non può essere determinato cosa esiste in relazione a quantificatori logici. Cosa significa allora che “Pegaso non esiste”, mentre io sto qui a digitare tasti? Il problema non è così semplice e Berto assume l’idea di un principio di causalità (si potrebbe dire) “ingenuo”: esistere significa essere dotati di poteri causali (Alexander). Non si tratta di una definizione, né di una condizione necessaria e sufficiente ma di quel principio comune per il quale sarebbe possibile prendere una pizza con Uma Thurman ma non con Gandalf, giocare a scacchi con Giorgio Napolitano ma non con George Washington, semplicemente perché né Gandalf, né Washington attualmente esistono. 

Sono?

Di certo non esistono e bisogna intendersi sul loro senso d’essere. E se non tutti gli oggetti esistono, non tutte le proprietà sono “existence entailing”, portatrici di esistenza: se Giorgio Napolitano pensaBerlusconi, non necessariamente Berlusconi esiste, ma se Berlusconi calcia Giorgio Napolitano, necessariamente Napolitano esiste, altrimenti non potrebbe essere calciato.

Non che il meinonghianismo sia privo di problemi, anzi buona parte del libro è dedicata alle difficoltà di questo approccio alla questione ontologica e tra le varie forme di meinonghianismo filosofico Berto adotta quello modale, che ha le sue origini da certe intuizioni di logica modale e da certi assunti del logico americano Graham Priest. In linea generale, un oggetto impossibile o inesistente nel nostro mondo attuale esiste in un mondo possibile/impossibile: dire che “Pegaso esiste”, o che “Esiste il quadrato rotondo” non è una banalità metafisica, o qualcosa di assolutamente falso. L’impossibile è, infatti, concepibile, dal momento che la concepibilità non implica la possibilità e così come esistono mondi possibili, esistono anche mondi impossibili.

Berto promette un L’esistenza non è logica II – sempre ammesso, a detta dell’autore, che ne abbia tempo e voglia – nel quale però dovrà cercare di superare alcune difficoltà essenziali, forse non troppo discusse in questo primo testo:

1) far luce su quel dubbioso principio di causalità ( in fondo facciamo metafisica e un principio metafisico è valido per tutti gli enti, mentre quello di causalità sembra applicabile al ristretto novero degli oggetti materiali: come considerare il peso ontologico delle ideologie, dei documenti o di entità come stati e nazioni? Come giustificare la capacità di retroazione di tali cose?);

2) sui problemi del meinonghianismo modale che, per quanto Berto ne dica, sembra un aggiustamento ad hoc dei suoi assunti ontologici.
In tempi in cui si parla di crisi finanziarie e morali, in cui le statistiche dicono cosa mangiare e comprare non farebbe male leggere un libro che riflette sul cosa significa essere un oggetto, sull’essere e sull’esistenza. Un esistenza in termini logici dopotutto.

Emilio M.Sanfilippo
 

Niente e’ perduto

RETRO
DETERMINISMO
L’importanza del passato


Per Bolztmann il substrato atomico e molecolare dei fenomeni pare essere realmente soggetto al disordine, al caos, e le ipotesi teoriche di natura probabilistica tendono ad approssimare "lo stato naturale", offrendo l’immagine di una Natura non completamente determinata.

Nel corso della sua attività Boltzmann non riuscì a essere sempre chiaro circa la portata gnoseologica da attribuire all’ipotesi del disordine molecolare, e anche i prosecutori della sua opera intesero le ipotesi probabilistiche come asserti che si potevano applicare a sistemi molto complessi, ma regolati ancora da un rigoroso determinismo. Con l’inizio del Novecento, poi, la teoria cinetica, sotto l’impulso dell’opera di Gibbs si trasformò in meccanica statistica, cioè in una teoria completamente svincolata da ipotesi sul reale comportamento delle molecole.

Ma il problema del determinismo s’impose con forza all’attenzione dei fisici solo con la formulazione di una teoria che quel determinismo metteva in discussione in forme precise, la meccanica quantistica.

Ora: se il futuro fosse un ente realmente indeterminato cosa si potrebbe dire del passato?

Considerato l’attualita’ storica del presente e guardandoci indietro non credo ci sia scelta: il passato e’ un ente assolutamente determinato.

E’ il presente che genera il passato. Ma il futuro sembra non generare il presente.

Il passato e’ l’unica certezza legittima? Se cosi’ fosse perche’ non potremmo speculare su questo unico dato nel tentativo di dare un senso al tutto: Il passato e’ il prodotto del mondo, il suo frutto, qualcosa che proviene dal futuro "nullo" e produce una quantita’ di eventi tendente a infinito. Se il passato fosse il senso del mondo… forse potrebbe essere colto (o recuperato)…

ps
a Valeria
e a quanti provano e sanno capirla
 

MASSIMO CORBUCCI

Attendendo
(forse chi ci lascia un vuoto è tornato al vuoto?)

***
Massimo Corbucci è Laureato in fisica e medicina. Ha rilasciato un consistente saggio sulla tavola degli elementi che include le argomentazioni utili ad individuare nell’atomo 112 il limite naturale alla produzione di un elemento stabile.

In questo testo vengono riportati i 112 elementi chimici, di cui viene analizzata -elemento per elemento- la struttura leptonica (elettronica) e la rispettiva struttura barionica. La struttura elettronica riportata per ciascun elemento è diversa dagli shell classici (conformi alla formula 2, 8, 18.32, 32, 18, 8, 8) il cui totale fa 126 e, coerentemente con l’ordine di riempimento dei livelli atomici 2, 8, 18, 18, 18, 16, 18, 14 (6-8), presenta lo stop al numero atomico 112. La struttura nucleare è un dato nuovo, mai ravvistao in fisica nucleare, e la sua importanza è rivoluzionaria. Infatti, secondo il criterio dello spin barionico dell’ultimo barione di un dato elemento, finalmente è possibile stabilire che gli elementi di classe A sono 50 e  gli elementi di classe B sono 62, per un totale di 112.

Abbiamo dunque un sistema periodico con 116 caselle: 112 occupate dagli elemtni chimici più 4 "caselle nere", indicative dell’origine degli elemtni stessi. Non è infatti il bosone di Higgs a conferire la massa alle particelle subnucleari, dicui sono fatti gli elementi di numero ignoto ma il vuoto quantomeccanico. Pertanto il numero degli elementi è noto ed è 112.

dalla prefazione del volume:
COSA SONO E QUANTI SONO GLI ELEMENTI CHIMICI
di M. Corbucci
 

paradossi

PARADOSSI

Palestre per l’inganno

Esiste un triangolo con quattro lati? Potrebbe Dio crearne uno?

Potrebbe un Dio onnipotente e onnisciente creare un albero tanto grande da non riuscire a sapere quante foglie contiene?


Se Dio esiste ed e’ realmente onnisciente e onnipotente gli e’ possibile realizzare e conoscere tutto quello che e’ LOGICAMENTE possibile conoscere e produrre.

Il resto e’ inganno del …"demonio" e quindi nostro…

 

Di chi e’ l’Amore?

AMORE ATEO

L’essenza del Cristianesimo (Ludwig Feuerbach)

Con la fede la religione si pone in contrapposizione con la morale […] con l’amore invece cerca di ristabilire l’accordo. La fede isola Dio, fa di lui un essere particolare, un essere diverso; l’amore generalizza, fa di Dio un essere universale, il cui amore si identifica con l’amore per l’uomo. La fede pone in intima discordia l’uomo con sé stesso, e di conseguenza anche con gli altri uomini; l’amore invece sana le ferite che la fede apre nel cuore dell’uomo. La fede si erige a legge, l’amore invece è libertà; non condanna neppure l’ateo, perché egli stesso è ateo..

antimateria ed eternità

CONTRO

SPECULAZIONE 1

dalla scienza alla fede

L’approccio principalmente scientifico e/o filosofico a qualsiasi forma di culto, tenta di far emergere le incongruenze e le incompatibilità ontologiche tra immanente e trascendente. Questo modo di affrontare la “teologia” in modo rigorosamente immanentistico, attacca la fede su tre fronti:

- contesta l’impossibilità di pervenire a qualsiasi risultato verificabile

- svuota la domanda del suo stesso senso

- critica l’etica religiosa osservandone gli aspetti oggi inaccettabili (secolarizzazione)

Per dirla alla Isvari questo approccio è semplice e sterile “speculazione”.

Bene.

In questa serie di post, vorrei sollecitare reazioni all’approccio inverso, quello cioè di credenti, veri, preparati, colti, sensibili, che “controspeculano” partendo da riferimenti scientificamente utili ad affermare e a dare sostanza al proprio credo.

Occasione ghiotta per contro-speculare è offerta dal volumetto di S.D.G. A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda “ANTIMATERIA ED ETERNITÀ” una pubblicazione edita in lingua italiana (1975).

In occasione del conferimento del Nobel a Emilio Segre e Owen Chamberlain per le note scoperte di antiparticelle elementari, nelle pagine iniziali del volumetto si legge:

 

    1)      Esiste una particella di antimateria di qualità opposte a quella della materia finora conosciuta.

2)      Esiste un altro mondo oltre a quello conosciuto

3)      Questi due mondi possono ad un certo momento urtarsi e annientarsi reciprocamente.

LA PARTICELLA D’ANTIMATERIA

L’antimateria di cui parlano i fisici non è che un altro aspetto della materia e le sue caratteristiche sono state descritte sopra. I due primi principi si applicano anche all’antimateria descritta nei testi vedici, ma il terzo non le si addice. In realtà l’antimateria di cui parleremo, avendo tutte le qualità opposte a quelle della materia, è superiore a quest’ultima. La meteria, per costituzione, è soggetta all’annientamento, al contrario dell’antimateria. Se la materia è distruttibile e divisibile, l’antimateria, che ha una natura contraria, deve essere indivisibile e indistruttibile. Cercheremo, in quest’opera, di spiegare questi punti grazie alle preziose informazioni contenute nei testi vedici.

 

LE SCRITTURE VEDICHE

Le scritture più antiche e più conosciute nel mondo sono i Veda ….

…. Le 108 Upanisad fanno parte dei 4 Veda e spiegano i Purāna. La Baghavad-gitā, che riassume tutti gli scritti vedici, ne è l’essenza; essa è anche la porta che permette di accedere ai Vedānta-Sūtra. Fu enunciata 5000 anni fa da Śrī Krsna (Dio), quando, dal mondo di antimateria, venne in questo mondo materiale….

 

L’ANTIMATERIA: ENERGIA SUPERIORE

La Baghavad-gitā elabora i concetti dei fisici e li complet. Essa spiega, in modo estremamente chiaro e preciso, l’esistenza di due forme di energia: l’energia superiore e quella inferiore, opposte per natura; l’energia superiore (parā-prakrti) costituisce l’essere vivente e l’Universo d’antimateria, mentre l’energia inferiore (aparā-prakrti) compone questo mondo materiale. La materia è inerte, non ha il potere di creare perché è di natura inferiore; ma l’energia superiore, cioè l’esserer vivente (l’anima) può animare la materia e combinare gli elementi che la compongono. (LE DUE ENERGIE VENGONO DA KRISHNA, LA PERSONA SUPREMA).

Quando pensiamo ad un’energia, la nostra mente corre naturalmente verso la sua sorgente; l’energia elettrica per esempio, ci fa pensare alla centrale da cui proviene; anche la luce e il calore hanno una sorgente comune, il fuoco.

Un’energia non è mai indipendente, e così le due energie, l’inferiore e la superiore, provengono entrambe da una sorgente unica. Questa sorgente deve essere “pienamente cosciente” di tutto ciò che esiste e quindi possedere intelligenza, pensiero e volontà. Deve essre quindi una persona, la Persona Suprema: Śrī Krsna, Dio, l’Infinitamente Affascinante.

…Le recenti scoperte dei fisici non sono che un inizio; bisogna che continuino le loro ricerche per poter pervenire alla fonte della materia.

 

La fisica è (se non infinitamente) incredibilmente affascinante, e con le sue pseudo scorrettezze quantistiche autorizza apparentemente ad effettuare qualsiasi volo pindarico, speculazione e contro speculazione.

 

Ma fino a che punto?

Speculazione 5

La speculazione e’ un pasto a buon mercato (V)

AMORE

o LIBERTÀ?

(un grazie a Luciano De Crescenzo)

Qualcuno ha detto che la filosofia sta a Luciano De Crescenzo come il Caffè del bar sta al Nescafè…

Boh, può darsi, ma nella Napoli di Bellavista c’è un concetto che mi colpisce molto e al quale per altre strade ero arrivato pure io.

De Crescenzo sostiene esistano due categorie di popoli: "popoli d’amore" e "popoli di libertà".  I primi sono popoli poveri, sanno tutto del prossimo, un prossimo che sta perfettamente a suo agio anche quando i fatti propri escono dalle finestre aperte diventando fatti di tutti. E lo diventano inesorabilmente. La signora della porta accanto non è semplicemente la vicina di casa ma una specie di sorella o cognata che se ha finito lo zucchero ti piomba in casa, ti dice due fatti suoi, e aprendo la tua credenza si prende un po’ del tuo zucchero restituendotelo quando a restarne sprovvista sarai tu. Questo popolo non si può certo dire che disponga di una privacy come noi oggi la intendiamo, e se proprio di privacy vogliamo parlare questa andrebbe estesa almeno al quartiere, al vicolo, al "basso". C’è da dire che in un simile contesto non si è mai soli. Non si sa cosa sia opportuno sigillare dentro casa, e la vergogna per qualcosa di dubbia morale avvenuta tra le mura domestiche, diventa quasi colpa collettiva cui collettivamente si cerca rimedio. In un popolo d’amore, come quello napoletano, difficilmente si può morire nell’indifferenza.

C’è poi il popolo di libertà. Sono popoli ricchi, i popoli nordici, per intenderci. Quelli che sono autonomi, che non hanno bisogno dell’altro, provvisti di una dignità severa e innegoziabile. I popoli dove la responsailità per qualcosa, al contrario dei popoli d’amore, è una responsabilità collettiva apparente (o meglio, è collettiva in quanto fondamentalmente individuale). Nessuno infatti violerebbe mai una regola civile credendo che altri lo aiutino a pagarne i costi. Non c’è cartaccia in terra non perchè i servizi urbani siano straordinariamente efficienti, ma perchè ogni singolo individuo si astiene dallo sporcare e ritenendo che dietro lo sporco c’è sempre un deprecabile sporcaccione. Ognuno per se, con confini netti e interiori, al punto tale che a Copenhagen non si usa avere tendine ai vetri di casa. Puoi avere tranquillamente un amplesso con la luce accesa in camera senza che nessuno in strada sia minimamente interessato a quanto sta avvenendo dietro ai vetri. Si guarda anzi con sospetto a chi installa simili dispositivi perchè si ritiene in linea di massima che lì ci sia qualcosa da nascondere. In un popolo di libertà la vicina della porta accanto farà anche 5 km a piedi per andare a comprare qualcosa che ha finito. Nessuno verrà mai a curiosare nella tua vita (o nella tua credenza) se vivi in un popolo di libertà. La garanzia della tua privacy è granitica.

E allora riflettendo in termini immanenti, Napoli-Copenhagen, mi piacerebbe trasferire lo stesso tipo di riflessione  in ambito trascendente.

É sbagliato chiedersi se Dio (sempre ammesso che sia lì a leggerci)  sia un dio d’amore o di libertà, o…. di tutte e due le cose? Forse è sbagliato e forse no.

Se fosse un Dio d’amore dovrebbe necessariamente farsi i fatti nostri, quasi condividerli, dispiacersi dei nostri dispiaceri e esultare delle nostre gioie. Un dio "napoletano" non ti lascerebbe morire senza accorgersene. Un dio napoletano se ne fregherebbe del tuo arbitrio per amore. Un dio napoletano, interviene, contribuisce agli eventi, li determina, ti conduce, ti perdona, ti salva.

Un dio di libertà al contrario rimarrebbe staccato da noi, sarebbe quasi privo di noi, e sarebbe un dio di regole, di leggi, di giustizia, di responsabilità. Con un dio di libertà non avremmo scampo, dovremmo per forza sottostare alle sue regole. Non potremmo aspettarci i suoi sentimenti, le leggi li supererebbero.

Per un dio di libertà, i due termini "se" e "allora", implicano eventi rigorosamente matematici, assolutamente indipendenti dalla Sua volontà, autonomi, e a lui stesso estranei, un freddo susseguirsi di azioni e reazioni cui probabilmente nemmeno Lui (per sua volontà) può porre rimedio. Un dio di libertà non può essere caritatevole perchè non crea gli eventi, non incide su essi, li osserva lasciandoli al destino cui le Sue regole li sottomettono.

E noi? Sempre ammesso che un dio esista realmente, quale Dio considereremmo avere maggiori probabilità di esistenza? E quale preferiremmo aldilà della logica? Ci consideriamo più uomini liberi o uomini  innamorati? Perchè il bello dell’amore è che ti riempie la vita giustificandone il senso, mentre il suo rovescio è la schiavitù.

Lo so a che pensate: alla botte piena e alla moglie ubriaca, a entrambe le cose, alla possibilità di essere perdonati quando sbagliamo, senza rinunciare minimamente alla paternità delle nostre azioni e pensieri. Desiderando al tempo stesso che parte di noi non dipenda solo da noi, all’auspicio che quanto accade nel mondo non sia solo opera nostra e che in questo risieda il perdono.

Ma dovremmo rinunciare a essere noi stessi, dovremmo aprirci a un cambiamento che farebbe di noi un altra persona, dovremmo ridisegnare l’idea di "A Sua Immagine", dovremmo essere disposti a farci cambiare, a perdere almeno un po’ (o buona parte) del nostro arbitrio, a farci trasportare come i bambini, a ritenerci altro da noi, per essere un po’ Lui….

 La foto in basso è un’istantanea "rubata" nella Napoli del 1951

bene e male

DEL "BENE"

E

DEL "MALE"

enti oggettivi o soggettivi?

L’eterna lotta tra il bene e il male. O, per meglio dire, l’eterna lotta per l’affermazione del proprio bene. Solo secondariamente a questa considerazione si innesta la domanda: ma cos’è il bene? E per chi è il bene?

‘Theòs anàitios’ Dio è innocente, diceva Platone, è la libertà dell’uomo a determinare le proprie sofferenze o godimenti. Dio non è causa del nostro agire.

Ma noi agiamo e le nostre azioni sono sempre volte al nostro bene.

Come persegue un pedofilo il proprio bene? E come invece un tifoso del calcio? Cosa intende per "bene" Mahmud Ahmadinejad, presidente dell’Iran? Cosa intendeva per "bene" Adolf Hitler o Josif Stalin? Forse esisteva qualcuno che vedeva quel bene come il proprio male?

Le monoteisctiche parlano di un "male" dall’identità precisa. Esse parlano di un maligno, un ente che persegue e promuove un male oggettivo. Ma un male assoluto dovrebbe essere avvertito da tutti come tale. Come si fa dunque a fare il male considerandolo un male anche per se stessi? Semplice: si trasforma in bene.

Un problema della fede.

God bless America cantava Irving Berlin nell’America del 1918 e successivamente nel ’39. Diventò poi quasi un secondo inno nazionale. 

Ma come si può chiedere a Dio di benedire solo una parte del "suo creato" se non affermando il proprio esclusivo tornaconto?

Il bene potrebbe diventare un ente oggettivo se facendolo agli altri, secondo criteri volti a migliorare la loro vita, fossimo capaci di goderne.

Un grazie ad Alkall

speculazione 4

La speculazione e’ un pasto a buon mercato (IV)

SPECULATIONEM

MAXIMA

Creare ciò che non si può controllare

ma,
se realizzassi “qualcosa” sulla quale non ho controllo
(dice il Creatore)
avrei un prodotto che esprime le mie stesse illimitate caratteristiche… mmmh…
e che tipo di potere dovrei conferire a questo “qualcosa”?; se lo dotassi delle mie stesse proprietà potrebbe minacciarmi o interferire in qualche modo con la mia volontà? Non posso saperlo per il semplice fatto che sarebbe libero come me, oppure potrei sapere tutto di lui come lui stesso di me… mmmm e allora? Dovrei limitare le sue proprietà oppure esercitare la mia onniscienza su di lui impedendo al contempo che lui faccia altrettanto con me,.. e si perché la mia onniscienza in effetti non è altro che la mia volontà….
Questo lo priverebbe di buona parte della sua libertà, anzi, lo renderebbe schiavo…
Ma io devo conoscere un’arbitrio che non viene da me, dato che solo da una libertà esterna alla mia potrò pervenire ad un amore davvero autentico: è il mio scopo più alto. 
E allora?…
Come faccio a produrre qualcosa su cui la mia volontà non incida, e al tempo stesso non costituisca una minaccia?
Beh in fondo è semplice: basta creare un contesto, assegnare un grado di libertà al contesto, delle leggi adatte al contesto, renderlo in grado di produrre delle entità senzienti che non possano esistere al di fuori di esso e rendere queste entità libere nell’ambito ristretto del contesto stesso… certo, ecco fatto…!
Ma libere… già… Come posso rendere libere le entità di un contesto da me creato se di quel contesto conosco tutto?

 

Mmmm .. devo rinunciare a qualcosa per creare alcunché di veramente autonomo. E’ un atto d’amore e forse anche un peccato, una macchia che proviene dalla rinuncia, un peccato dell’origine, ed è solo mio. Si! Devo rinunciare alla conoscenza degli eventi che il mio contesto e il suo contenuto producono, dato che se invece li conoscessi proverrebbero da me.

Dovrò restare all’oscuro, limitarmi ad osservare vietandomi la possibilità di incidere sugli eventi in modo diretto. Devo creare un modello di me stesso in scala infinitamente ridotta ma illimitatamente libera.

Queste enitità avranno qualcosa di particolare che io non ho: il contesto.

Vedrò se queste mie entità potranno amare quello che ho creato intorno a loro, dato che è possibile che io possa amarle. Sarà interessante capire se in qualche modo tenteranno di trascendere il contesto stesso tendendo a qualcosa di superiore. E io potrò amare ciò che agisce fuori dalla mia volontà e quindi fuori dalla mia conoscenza? E loro potranno amare ciò che del contesto possono capire e percepire? Farò in modo che ogni evento nel contesto sia conservato, capito e vissuto come se fossi io stesso il contesto e il suo contenuto. Sentirò il contesto e le sue entità come fossi ognuno di loro pur non partecipando. Se questo accadrà potrei salvare queste entità dai limiti del contesto e trasferirle in un contesto più ampio, più libero, più avanzato e forse… partecipare con la mia presenza in un contesto nuovo per sperimentare un amore diretto; se tutto questo invece non accadrà, il contesto si autoestinguerà in un modo o nell’altro e niente sarà salvato.

E’ un rischio da correre: il mio rischio di rimanere solo coinciderà allora con il loro rischio di subire altrettanto. Questo sarà per il momento l’unico legame tra ciò che creo e la sua libertà d’azione, il rischio che ci unisce. 

Ma la libertà è necessaria, una condizione assolutamente irrinunciabile

… potrei farlo,

E lo faccio…

 

 ps.

qual è la condizione per incidere sulla volontà altrui in modo gratuito creando benessere tra gli attori? L’amore.