preghiere…

Preghiamo col cervello o…
col cuore?
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All'occhio imperscrutabile della neuroimmagine non poteva certo sfuggire la dimensione religiosa dell'umano… Ed ecco lo studio dell'Università di Aarhus, Danimarca, che individuerebbe nelle regioni temporopolare, prefrontale mediale, temporoparietale e del precuneo le aree di maggiore attivazione durante la preghiera spontanea (U. Schjoedt et al., Highly religious participants recruit areas of social cognition in personal prayer, Social Cognitive and Affective Neuroscience, 2009).

Allo studio, realizzato con risonanza magnetica funzionale (fMRI), hanno partecipato quali soggetti sperimentali 20 devoti danesi, "radiografati" sia durante preghiere formali, sia durante preghiere spontanee.

"I risultati – dicono gli Autori – supportano l'ipotesi che le persone religiose, che considerano reale il loro Dio e capace di ricambiare la richiesta espressa dai fedeli, sarebbero caratterizzate da attivazioni nelle aree del cervello deputate alla cognizione sociale, durante la preghiera". Dunque, concludono i danesi, "pregare Dio non sarebbe che un'esperienza intersoggettiva, comparabile con l'interazione interpersonale".

Laura Faravelli

Intersoggetività

La strada maestra, in ordine di nascita e d’importanza, che la psicologia del profondo consiglia di percorrere per capire la personalità umana è quella di penetrare progressivamente (dal conscio all’inconscio) il mondo interiore del soggetto per individuare le forze o energie che lo abitano e per trovare le possibili correlazioni o dissonanze fra di esse.. Si tratta dunque di cogliere il soggetto in quello che lo rende unico e originale e aiutarlo a vivere questa sua singolarità in modo costruttivo. Per questo approccio, la comprensione di sé viene da «dentro» e l’io, una volta maturo, sarà anche capace di relazioni mature.
 
Più recentemente, si è fatta avanti anche un’altra chiave d’interpretazione che così avverte: ti puoi comprendere se guardi «intorno» a te perché se è vero che tu sei una singolarità irrepetibile, è anche vero che non esisti se non in un contesto, il quale non si limita ad accogliere il tuo io già fatto ma, in interazione con quello, contribuisce a formarlo. Nella prospettiva di questa nuova strada «intersoggettiva», il precedente approccio «intra-psichico», soprattutto se assolutizzato, rischia di cadere nel «mito della mente isolata», quel mito che attribuisce all’individuo un’esistenza autonoma, separata dal mondo della natura fisica e dal mondo dei legami sociali, dipingendolo come un io completo in sé che si affaccia sul mondo esterno dal quale resta fondamentalmente separato se non estraneo. Le radici filosofiche di questo recente approccio intersoggettivo risalgono allo strutturalismo e alla filosofia di Heidegger. Allo strutturalismo (soprattutto di Lévi-Strauss e M. Foucault) che, con il suo accento sul ciò che sta «intorno» all’io, consiglia di procedere come il geologo che non guarda le erbe in superficie ma studia la natura dei suoli in cui quelle crescono, dato che in definitiva da quelli dipende la presenza dell’una o dell’altra specie vegetale. Alla filosofia di Heidegger, che anziché concentrarsi sulla dicotomia soggetto-oggetto, propone una lettura del soggetto come unità che tuttavia si rivela a se stessa solo nell’incontro con gli altri essere e soprattutto con l’Essere. Le radici psicologiche dell’approccio intersoggettivo le troviamo, invece, nelle teorie di Winnicott, Bion e Kohut.
 
Dell’intersoggettività si è più volte interessata la prestigiosa rivista «The International Journal of Psychoanalysis». Nella pratica educativa e terapeutica non si tratta di scegliere un approccio ad esclusione dell’altro ma di conoscere entrambi, così da avere a disposizione più modelli interpretativi anziché uno solo, ed essere più agili e versatili nel cogliere il vissuto delle persone.

Alessandro Manenti