Oggi… 2009

OGGI… 2009
 

<<…marco dovresti venire qui a Monte Monaco perchè stiamo cercando Fulvio dappertutto con i carabinieri… è sparito>>


Questa telefonata ricevuta da Chiara il 28 Agosto 2009 e cui seguì una concitata discussione, segnava l'nizio del nostro calvario e di tutti quelli che a diverso titolo avevano scoperto in Fulvio un fratello eccellente, un compagno di viaggio e di crescita sincero, auspicabile e inatteso.
Il tempo di fare il pieno alla macchina, prelevare Maurizio (mio figlio più piccolo di 18 anni) che stava partendo per una gita e senza neanche uno spazzolino da denti, sotto una pioggia scrosciante, verso i Sibillini, dove i molti sospetti taciuti ed esorcizzati durante il viaggio si sarebbero da lì a poche ore riproposti in tutta la loro drammaticità
Così iniziava un anno fa quello che è stato e sarà per sempre il capitolo più buio della mia vita, delle nostre vite.

Ma  non voglio soffermarmi sul dolore, vorrei invece fare un resoconto che renda merito a tante persone, rivelatesi in poche ore affetti familiari insospettabili e profondi, con i quali alzarsi la mattina, lavarsi, mangiare e lavare i piatti, infilarsi gli scarponi e girovagare come zombie per i boschi gridando agli alberi il nome di Fulvio.

Questa atmosfera irreale, tanto tragica quanto calda e accogliente vissuta per tutti i 17 giorni delle ricerche è rimasta la costante e fedele compagna della nostra storia.

Primi fra tutti segnati dallo sgomento Simone, Renato e Lia che incollati dai fatti non hanno voluto lasciare quel posto per poter dare una mano, partecipare, condividere, sentire la nostra angoscia come fosse la loro, ed era davvero la loro. Non si può neanche dire grazie per quanto hanno fatto, era una cosa loro almeno quanto nostra, non era un fatto di forma e tantomeno il dovere a bloccarli lì, ma la più irreprimibile delle necessità..

Nostro figlio, fratello e amico era anche il loro.

I ragazzi del campo estivo, pallidi e sconcertati avevano al nostro arrivo già riempito le pareti di una stanza con una quantità di scritte su Fulvio, su ciò che in soli 4 giorni era diventato per loro.

Era evidentemente un’attenzione del tutto corrisposta perché Fulvio scriveva di questi ragazzi tra le righe di un suo quaderno. Alcuni di loro avevano storie singolari, magari non proprio serene o di vissuto complesso.

Eppure quel campo estivo si era trasformato in una specie di oasi, di psico-refrigerio anche se temporaneo.

Chiaretta, una delle più piccole di quel campo, l’ultima che ha incrociato Fulvio nell’acqua e ha scambiato con lui 3 parole, mi ha sempre fatto una gran tenerezza. Un intelligenza pronta, reattiva, vitale,  ma come tutte le persone sensibili era a volte irrequieta e con un bisogno di tenerezza incompleto e sofferto. Non che la madre Anna gliene facesse mancare, altra persona estremamente sensibile e presente.

Fulvio cantava a Chiaretta delle canzoni la sera prima di andare a letto, chitarra e voce, come una specie di fratello maggiore.

Ester, due occhi grandi, di poche parole ma con tante emozioni stampate sul viso.

Roberta, tenerezza infinita, che insieme a Giulia ancora per mesi si sentiranno ree di una colpa assurda e invisibile e di una responsabilità che non poteva essere loro.

E poi ancora Giuliana con la sua dilagante gioia interiore soffocata dai fatti. E Luana silenziosa e dolce, Manuela tenera e sensibile e che ancora oggi mi chiama "papi buono".

Alcuni ragazzi del campo avevano stretto con Fulvio un rapporto profondo di amicizia fondato sulla comprensione: Ivan, Ludovico, Giancarlo, Christian.  Benché l’organizzazione della gita fosse espressamente cattolica molti di loro non frequentavano la parrocchia mentre altri avevano posizioni familiari apertamente critiche per non dire ostili verso la chiesa.

Le adesioni al campo estivo pertanto erano fondate, per alcuni,  molto più sulla conoscenza e sull’affetto  per gli animatori che organizzavano il campo che sulla condivisione di valori etico religiosi.

In effetti anche Fulvio era così, critico, razionale, pur nella sua spiritualità, pronto a catturare ogni paradosso del culto come pure alcuni valori per così dire suggestivi.

Proprio con tali ragazzi Fulvio si intratteneva maggiormente per condividere osservazioni che fossero adatte ad una realtà in cui l’amore di Dio era poco presente o difficilmente percepibile.

Ostia è un quartiere alla periferia di Roma con diversi problemi sociali e va dato atto agli animatori che l'accoglienza offerta a chi aveva il bisogno di evadere da certe situazioni non era legata all’ortodossia dei partecipanti. L’urgenza di fare e di amare trascendeva in Chiara, Fabio e Agnese (gli animatori principali) qualsiasi forma di appartenenza. Del resto Fulvio stesso si trovava lì come animatore anche se niente avrebbe con la sua presenza contribuito ad accorciare le distanze tra chiesa e un certo tipo di popolo.

Ebbene questi ragazzi con già diversi problemi alle spalle uniti all’urgenza di crescere più rapidamente possibile, si sono trovati durante quel campo estivo a subire uno stress spaventoso, con ripercussioni che porteranno probabilmente sulle spalle per  la vita. Al dolore per la perdita di un grande amico, si unì il decorso protocollare della legge che in casi analoghi non va troppo per il sottile a tutto beneficio delle indagini nel caso in cui si prospetta l’ipotesi di dolo. Del resto ognuno di noi specie all’inizio scrollava il capo rispetto a come fosse possibile che un ragazzo di vent’anni sano e sotto gli occhi di tutti, sparisse sott’acqua senza un lamento, un grido, uno spruzzo d’acqua più evidente. I ragazzi del campo e gli animatori furono a riguardo pesantemente bombardati di domande con le rituali modalità. Nessun colpevole tutti colpevoli. Ma colpevoli di cosa? Di nulla. Il primo a darci un’idea di cosa poteva essere avvenuto fu un caposquadra dei sommozzatori dei vigili del fuoco:  idrocuzione, un blocco istantaneo del sistema cuore polmoni dovuto a shock termico e che in poche frazioni di secondo porta alla morte. Ancora oggi credo, ma anche spero, che sia andata così; anche i medici che fecero la ricognizione su ciò che restava di Fulvio ipotizzarono uno scenario simile. Nessuna colpa quindi. Fulvio potrebbe essere davvero scomparso in acqua senza nemmeno rendersi conto di quanto accadeva, silenziosamente, in punta di piedi…

 Nessun colpevole, nessun perseguibile e il dolore di tutti ne fu la più esplicita prova. In tanti avrebbero dato la vita per riacciuffarlo mentre era in difficoltà, in tanti avrebbero fatto di tutto per riportarlo in superficie prima che fosse troppo tardi e con tutta probabilità avrebbero finito con lui i loro giorni lì sotto.

I sommozzatori dei VV.FF. descrivevano uno scenario subacqueo paradossale: due metri appena sotto il pelo dell’acqua la visibilità scendeva a due cm dal vetro della maschera a causa del fitto pulviscolo in sospensione caratteristico di quel bacino artificiale.

Quella diga era nata con Fulvio 20 anni prima e il fondo non era stato bonificato prima dell’invaso.
Una marea di detriti, vegetazione, rami, una foresta che continuava sott’acqua esattamente come in superficie, una quantità impressionante di lenze e ami da pesca ancorati a ogni appiglio.

Le ricerche avvenivano al tatto, al punto che un sommozzatore dei vvff riemerse una volta con un amo da pesca conficcato nella fronte.

Fulvio non era visibile benché le ricerche avvenissero sulla sua esatta posizione e dove i ragazzi avevano indicato alle autorità. Nemmeno i robot portati da Roma e da Ancona, nemmeno gli ecoscandaglio e altre sofisticate apparecchiature riuscivano a distinguere una sagoma umana in quell’inferno di polvere e detriti.

Nemmeno i voli a bassa quota degli elicotteri dei vvff e dei carabinieri fornirono esiti. Un delirio.

Un ulteriore conforto lo portò la presenza di mio cugino Daniele arrivato da Bologna per rendersi conto dell’assurdità della cosa.
Rimase con noi per tutto il tempo delle ricerche e fu una importante e affettuosa risorsa.

Il suo aiuto fu grande, sia dal punto di vista pratico sia da quello psicologico.

Parallelamente si svolgevano a terra ulteriori ricerche con unità cinofile particolarmente addestrate,  parteciparono inoltre con varie competenze i Vigili del Fuoco di Ascoli, Teramo, Ancona, Firenze e Roma, i Carabinieri di Montemonaco e Roma, il Corpo Forestale dello Stato, la Protezione Civile, il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico,  il Comando Prov. Guardia di Finanza Ascoli Piceno, la Croce Rossa Italiana Comitato dei Sibillini, il sindaco di Montemonaco, di Montefortino, di Comunanza e di Vetralla, il Prefetto di Viterbo e di Ascoli Piceno e persino conoscitori del posto accorsi per dare una mano in una storia incredibile e inaccettabile.

Noi eravamo con loro, sia ai briefing che sul campo componendo parte delle squadre o autonomamente.

Nonostante le ricerche in acqua proseguissero ininterrottamente, ci si attendeva che entro pochi giorni il corpo affiorasse spontaneamente in superficie per i noti fenomeni che in questi casi naturalmente accadono.

Ma Fulvio non riaffiorava.

Questo, pur allungando la nostra agonia, accendeva nuove speranze sulla possibilità che fosse da qualche parte incagliato lungo la costa ancora in vita o errabondo privo di conoscenza chissà dove nei dintorni.

Ed è qui che vorrei ricordare Emilio, un ragazzo splendido, determinato, dalla generosità smisurata, capo delle ricerche di terra e componente del soccorso alpino. In effetti le ricerche via terra ufficiali si svilupparono in due giornate. La zona nelle immediate vicinanze del lago fu battuta in lungo e in largo. Durante la prima giornata in particolare capitò un evento che, con il senno di poi, non avrebbe dovuto riaccendere quelle speranze che in effetti riaccese.
Un cane fiutò Fulvio sulla riva opposta a quella da cui era entrato in acqua, a circa cento metri di distanza da noi.
La traccia era chiara e il cane non aveva dubbi: Fulvio era arrivato alla riva opposta. Ma la traccia si arrestava là, per quanto il cane cercasse nei pochi metri intorno alla pista fiutata, tornava sempre lì e lì rimaneva.

Era evidente che da quella sponda Fulvio era rientrato in acqua per poi sparire definitivamente. Ma noi speravamo ancora con l’unica forza disponibile: quella della disperazione. A riguardo ricordo ancora Maurizio, mio figlio più piccolo, che in una ricerca notturna da noi effettuata autonomamente con mezzi precari e torce che consentivano una visibilità di non oltre dieci metri, con altrettanta disperazione intendeva calarsi in un crepaccio di cui non si vedeva il fondo. Forse quello fu un momento se non il momento più pericoloso che abbiamo vissuto. Avemmo tutti paura per la sua determinazione a calarsi e fu un grosso impegno tirarlo via da lì. Il giorno dopo alla luce del sole era chiaramente visibile in quel punto un salto di buoni 7 metri che si sarebbe potuto rivelare fatale. 

Dopo la seconda giornata di ricerche fu redatto un verbale che le dichiarava concluse dato che la zona interessata e anche più, era stata battuta da circa 500 uomini e sette unità cinofile distribuiti nelle due giornate considerando persino alcune indicazioni pervenute da alcuni sedicenti sensitivi non meglio identificati. La disperazione non bada quasi mai alle fonti.
Lo sconforto era completo. Fulvio non riemergeva e neanche si trovava. Ebbene Emilio non ci abbandonò neppure a ricerche concluse. Fu sempre con noi grazie al solido e affettuoso rapporto che era nato. Proprio in quei giorni si fece viva quella peste di mia cugina Carla che tornata dall’Africa dove svolgeva volontariato, continuò la sua "missione umanitaria" al nostro fianco.
Arrivò anche mio figlio più grande Valerio che portò con se Paolo, una persona magnifica, e altri due generosi amici. Emilio si presentava la mattina, a colazione e ci chiedeva: dove volete andare a cercare oggi? Ecco. Questo era ed è Emilio. Fuori dai suoi compiti professionali e di volontariato e lasciando indietro i propri interessi era con noi per i monti, a scarpinare a passare e ripassare in posti già visti decine di volte con persone ben più efficienti di noi solo per la nostra comprensibile ma ingiustificata  ansia basata sul “forse non avranno visto bene o gli sarà sfuggito sotto un cespuglio”. Non saprò mai ringraziarlo abbastanza per la dedizione e la pazienza offerte.

Se Carla era una pazza Paolo e Valerio non erano da meno. La loro volontà di ritrovarlo e ritrovarlo vivo, magari in preda a chissà quale amnesia, contagiò un po' tutti, persino molti paesani che con noi si ritrovavano puntualmente alla stazione d’acqua da cui ogni giorno partivano le estenuanti ricerche sotto la superficie del lago,  erano ormai familiari aggiunti.

Carla completamente integrata e con un elettroencefalogramma a forma di stelle filanti fu una terapia potentissima e indispensabile per tutti noi. Nessuno potrà mai capire l'opportunità energetica della sua presenza.

Altra figura di spessore era il maresciallo dei carabinieri di monte monaco, Valentino, che per tutto il tempo delle ricerche non aveva mai considerato che Fulvio giacesse sott’acqua, ma che se ne fosse andato per chissà quale ragione in cerca di emozioni. Diceva sempre:
guardate che Fulvio non ci sta là sotto, me lo sento. Quello se ne è andato, mettiamoci l'anima in pace.
Erano parole extraprofessionali, spontanee, assolutamente estranee alle indagini e alla carica ricoperta. Parole da amico. Non conosceva Fulvio né il rapporto che avevamo, ma era comunque una presenza positiva che contribuiva ad alimentare aspettative di vita. Continuamente ci raggiungeva al campo dove vivevamo, ci chiedeva di cosa avessimo bisogno e se poteva con sua moglie rendersi utile. Mi regalò anche un bellissimo piumino di marca che ancora ho e che mi fece comodo durante e dopo le ricerche.

Una figura paterna e dolcissima fu poi il responsabile del corpo forestale dello stato della stazione di monte monaco: Vittorio. Mi ricordo quando durante le ricerche scattai una foto col telefonino alla mia ex moglie, Tiziana mamma di Fulvio, abbracciata a Maurizio (nostro figlio) mentre la consolava. Vittorio era presente e dovette allontanarsi perchè non riusciva a trattenere le lacrime. Continuamente ci chiamava, ci dava indicazioni sull'andamento delle ricerche, e chiedeva di cosa avessimo bisogno. Una figura di un'umanità indescrivibile.

E poi ancora Andros ed Elisabetta altri due ragazzi del posto coinvolti in quella confusione di affetti: Andros in particolare era rimasto molto scosso dalla storia e aveva avuto delle strane visioni su Fulvio.

Ci raggiunse poi Claudio, un altro cugino e fratello più piccolo di Daniele che restò con noi fino a quando, a cose per così dire risolte, lanciammo un ultimo saluto di fiori al lago… e a Fulvio.

Si unì a noi per qualche giorno il mitico Andrea, omone rosso, imponente, dalla mente moooolto "attiva ed epica", che contribuì, pur con la sua stazza, ad alleggerire la tensione, che a volte raggiungeva livelli di guardia. Un grazie riconoscente anche a lui e alla sua generosità.

Due figure inoltre hanno vissuto con noi i momenti più importanti di tutta la vicenda, quelli conclusivi: Teresa e Rita, due "esoteriche" amiche di Tiziana che in un momento in cui non sapevamo proprio più cosa sperare e come sperarlo sono state capaci di manifestarci tutto l'affetto e il sostegno di cui disponevano.

Manca all'appello Simone, il piccolo grande Simone, il miglior amico di Fulvio, un fratello coetaneo che arrivò anche lui a trovarci con i suoi genitori, senza parole, con una specie di sorriso che faceva da scudo a ciò che gli ribolliva dentro e a cui sento ancora di dir grazie per aver contribuito ad insegnare e ad imparare a Fulvio e da Fulvio il senso più profondo della parola Amicizia.

Tutti i miei colleghi di lavoro, Gianni, Max, Marino, Mirko e Carletto, abbandonarono ogni cosa e vennero in due tappe sul posto. Mi sentii capito ed amato e sostenuto in tutti i modi possibili… ma proprio tutti!. Anche Don Luigi, un prete un po sui generis che completava la compagnia era sconvolto e stupito per quanto accadeva (Fulvio non era ancora emerso la prima volta che ci vedemmo). Fu una grande figura, un uomo che davvero ricordò a tutti, persino e soprattutto alla sua chiesa (preferisco evitare i dettagli) che se c'era un Salvatore venuto a morire per noi, questi non aveva fatto distinzioni tra pubblicani e ortodossi, santi, ladroni e prostitute. Dimostrò inoltre un'umiltà e un'accoglienza che molti laici si sognano, ospitando il giorno dei funerali nella parrocchia da lui condotta chiunque avesse voluto stringersi in qualche modo intorno ai resti di Fulvio: credenti, testimoni di geova, esoterici, atei, agnostici e anticlericali e dando addirittura la possibilità di esprimere prima della funzione un ricordo libero e autonomo fuori da ogni liturgia di rito. Accoglienza che molti di noi disertano con orgoglio e a volte disprezzo grazie alla loro schierata militanza, e pensare che Fulvio non era nemmeno battezzato.

E ancora Vittorio, Laura, Giovanni… abitanti del luogo.

E proprio Giovanni e Laura erano presenti la mattina del 14 Settembre quando indistinto verso la riva opposta in una calma irreale e su un'acqua vitrea riaffiorò spontaneamente in superficie ciò che restava di Fulvio.. furono i primi che ci abbracciarono e condivisero le nostre lacrime mescolandole alle loro.

L'atteggiamento di  Laura e della sua famiglia è qualcosa che credo rappresenti un po' lo spirito della gente del posto, gente discreta ma che non esita a manifestare una solidarietà sobria e assoluta a chi ne ha bisogno. 

Questo accadeva dal 28 Agosto al 14 Settembre 2009 e questo è il modo in cui provo tanto affetto e riconoscenza per persone buone che ci hanno confortato ma che anche noi abbiamo confortato in un rapporto di grande umanità e per il quale era davvero difficile capire chi stava dando e chi stava ricevendo qualcosa di assolutamente inestimabile.