Speculazione 5

La speculazione e’ un pasto a buon mercato (V)

AMORE

o LIBERTÀ?

(un grazie a Luciano De Crescenzo)

Qualcuno ha detto che la filosofia sta a Luciano De Crescenzo come il Caffè del bar sta al Nescafè…

Boh, può darsi, ma nella Napoli di Bellavista c’è un concetto che mi colpisce molto e al quale per altre strade ero arrivato pure io.

De Crescenzo sostiene esistano due categorie di popoli: "popoli d’amore" e "popoli di libertà".  I primi sono popoli poveri, sanno tutto del prossimo, un prossimo che sta perfettamente a suo agio anche quando i fatti propri escono dalle finestre aperte diventando fatti di tutti. E lo diventano inesorabilmente. La signora della porta accanto non è semplicemente la vicina di casa ma una specie di sorella o cognata che se ha finito lo zucchero ti piomba in casa, ti dice due fatti suoi, e aprendo la tua credenza si prende un po’ del tuo zucchero restituendotelo quando a restarne sprovvista sarai tu. Questo popolo non si può certo dire che disponga di una privacy come noi oggi la intendiamo, e se proprio di privacy vogliamo parlare questa andrebbe estesa almeno al quartiere, al vicolo, al "basso". C’è da dire che in un simile contesto non si è mai soli. Non si sa cosa sia opportuno sigillare dentro casa, e la vergogna per qualcosa di dubbia morale avvenuta tra le mura domestiche, diventa quasi colpa collettiva cui collettivamente si cerca rimedio. In un popolo d’amore, come quello napoletano, difficilmente si può morire nell’indifferenza.

C’è poi il popolo di libertà. Sono popoli ricchi, i popoli nordici, per intenderci. Quelli che sono autonomi, che non hanno bisogno dell’altro, provvisti di una dignità severa e innegoziabile. I popoli dove la responsailità per qualcosa, al contrario dei popoli d’amore, è una responsabilità collettiva apparente (o meglio, è collettiva in quanto fondamentalmente individuale). Nessuno infatti violerebbe mai una regola civile credendo che altri lo aiutino a pagarne i costi. Non c’è cartaccia in terra non perchè i servizi urbani siano straordinariamente efficienti, ma perchè ogni singolo individuo si astiene dallo sporcare e ritenendo che dietro lo sporco c’è sempre un deprecabile sporcaccione. Ognuno per se, con confini netti e interiori, al punto tale che a Copenhagen non si usa avere tendine ai vetri di casa. Puoi avere tranquillamente un amplesso con la luce accesa in camera senza che nessuno in strada sia minimamente interessato a quanto sta avvenendo dietro ai vetri. Si guarda anzi con sospetto a chi installa simili dispositivi perchè si ritiene in linea di massima che lì ci sia qualcosa da nascondere. In un popolo di libertà la vicina della porta accanto farà anche 5 km a piedi per andare a comprare qualcosa che ha finito. Nessuno verrà mai a curiosare nella tua vita (o nella tua credenza) se vivi in un popolo di libertà. La garanzia della tua privacy è granitica.

E allora riflettendo in termini immanenti, Napoli-Copenhagen, mi piacerebbe trasferire lo stesso tipo di riflessione  in ambito trascendente.

É sbagliato chiedersi se Dio (sempre ammesso che sia lì a leggerci)  sia un dio d’amore o di libertà, o…. di tutte e due le cose? Forse è sbagliato e forse no.

Se fosse un Dio d’amore dovrebbe necessariamente farsi i fatti nostri, quasi condividerli, dispiacersi dei nostri dispiaceri e esultare delle nostre gioie. Un dio "napoletano" non ti lascerebbe morire senza accorgersene. Un dio napoletano se ne fregherebbe del tuo arbitrio per amore. Un dio napoletano, interviene, contribuisce agli eventi, li determina, ti conduce, ti perdona, ti salva.

Un dio di libertà al contrario rimarrebbe staccato da noi, sarebbe quasi privo di noi, e sarebbe un dio di regole, di leggi, di giustizia, di responsabilità. Con un dio di libertà non avremmo scampo, dovremmo per forza sottostare alle sue regole. Non potremmo aspettarci i suoi sentimenti, le leggi li supererebbero.

Per un dio di libertà, i due termini "se" e "allora", implicano eventi rigorosamente matematici, assolutamente indipendenti dalla Sua volontà, autonomi, e a lui stesso estranei, un freddo susseguirsi di azioni e reazioni cui probabilmente nemmeno Lui (per sua volontà) può porre rimedio. Un dio di libertà non può essere caritatevole perchè non crea gli eventi, non incide su essi, li osserva lasciandoli al destino cui le Sue regole li sottomettono.

E noi? Sempre ammesso che un dio esista realmente, quale Dio considereremmo avere maggiori probabilità di esistenza? E quale preferiremmo aldilà della logica? Ci consideriamo più uomini liberi o uomini  innamorati? Perchè il bello dell’amore è che ti riempie la vita giustificandone il senso, mentre il suo rovescio è la schiavitù.

Lo so a che pensate: alla botte piena e alla moglie ubriaca, a entrambe le cose, alla possibilità di essere perdonati quando sbagliamo, senza rinunciare minimamente alla paternità delle nostre azioni e pensieri. Desiderando al tempo stesso che parte di noi non dipenda solo da noi, all’auspicio che quanto accade nel mondo non sia solo opera nostra e che in questo risieda il perdono.

Ma dovremmo rinunciare a essere noi stessi, dovremmo aprirci a un cambiamento che farebbe di noi un altra persona, dovremmo ridisegnare l’idea di "A Sua Immagine", dovremmo essere disposti a farci cambiare, a perdere almeno un po’ (o buona parte) del nostro arbitrio, a farci trasportare come i bambini, a ritenerci altro da noi, per essere un po’ Lui….

 La foto in basso è un’istantanea "rubata" nella Napoli del 1951

Soli?

QUANDO MENO

TE LO ASPETTI

OGGI IL BLOG COMPIE UN ANNO

 

Uno sta lì buono buono a farsi una passeggiata con la mente libera di andarsene dove gli pare, e proprio mentre il sole tramonta chi ti chiama? Il Carnefice. Era la mia ora? Macchè.

Non c’era nessuno in quel boschetto a passeggiare con me. Un po’ mi dispiaceva. Allora squilla il telefono e prodigio dei prodigi, un genovese doc mi tiene a telefono p-a-g-a-n-d-o di sua tasca fior di euri. Chi non crede ai miracoli? Chi non si arrende a cotanto manifesto stupore? Chi, ma dico chi, non riuscirebbe a vedere una mano trascendente che frulla gli eventi accanto a noi? Forse chi non ha amici. Ma per fortuna non mi posso lamentare.

Te lo dovevo fratè. Un abbraccio.